Storia

Alcuni episodi di storia spicciola del territorio di Saludecio: la più antica fabbrica di ceramiche del riminese, il telegrafo a Saludecio, i commerci antichi, l’atto eroico di Lazzaro Sanchini, gli antichi mercati di Saludecio

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Lo stemma comunale di Saludecio ha subito, nel tempo e nel corso della storia, sostanziali mutamenti, e questo per assecondare di volta in volta gli eventi di maggior rilievo.
Nel corso della storia quindi il simbolo comunale si è man mano arricchito registrando quanto di più significativo, in campo istituzionale e nell’ambito sociale e culturale, si verificava sul territorio.
Attualmente il Nuovo Stemma Comunale vanta l’immagine del più illustre cittadino saludecese, il Beato Amato Ronconi che per le sue virtù morali, civili e cristiane è sempre stato ed è un valore costante, condiviso da tutta la popolazione e nel quale tutti si sono riconosciuti.
Il 8 agosto 1985 il Consiglio Comunale di Saludecio decise di dare il via alla procedura burocratica per l’approvazione di un nuovo stemma.
Con D.P.R. 19/7/86 è stato approvato lo stemma comunale attuale che può essere così descritto: scudo moderno; la metà dell’area inferiore è riservata ai tre monti all’italiana con una stella a sette raggi (dall’era napoleonica ai giorni nostri erano stati ridotti a cinque); la parte alta è stata divisa in due parti uguali, una riservata al Patrono Beato Amato Ronconi e l’altra ad una “Pianta verde” (nella quale si può immaginare il prodigioso “Olmo del Beato Amato” tanto caro ai saludecesi).
I colori dello stemma sono verde, rosso, azzurro e giallo, mentre il gonfalone è passato da un unico colore (azzurro) a due colori (azzurro e rosso).
Araldicamente parlando lo stemma di Saludecio suscita molto interesse per la tradizione e per la storia che ogni simbolo rappresenta; si può sicuramente affermare che lo stemma di Saludecio è araldicamente bello e ricco.

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Nel territorio del comune di Saludecio sono state trovate molte tracce di insediamenti romani, ma il paese come si presenta ora è sorto dopo il mille.
Soggetto alla Chiesa Riminese Saludecio venne lungamente conteso dal Comune di Rimini. A quest’ultimo appartenne fino al 1289, quando fu espugnato dai guelfi riminesi.
Nel 1302 passò alla Santa Sede che vi nominò un vicario.
Nell’anno successivo tornò probabilmente al Comune di Rimini.
Nei secoli XIV e XV, quando al Comune di Rimini, subentrò la Signoria dei Malatesta, venne instaurata una fitta rete di rapporti di dipendenza, attraverso l’invio dalla città di presidi, di rappresentanti e funzionari, e attraverso la concessione di particolari poteri e privilegi.
Nel 1343 la comunità di Saludecio passò definitivamente sotto i Malatesta.
Nel 1462 il castello fu occupato da Federico di Montefeltro.
Nel 1469 il castello fu ripreso da Roberto Malatesta, e quindi nel 1482 da Pandolfo Malatesta.
Poi passò ai Veneziani, ma il dominio della Repubblica di Venezia fu breve, infatti Saludecio tornò presto alla Santa Sede e nel 1509 al Comune di Rimini.
Nel 1517 fu saccheggiata ed occupata da Francesco Maria Della Rovere.
Nel 1524 tornò definitivamente al Comune di Rimini e di seguito entrò a far parte dello Stato Pontificio.
Purtroppo di questi due secoli sono rimaste poche tracce scritte in quanto l’archivio comunale fu praticamente distrutto durante l’ultima guerra.
Tra il XV sec. e il XVIII sec. Saludecio consolida la sua posizione di rilievo, contendendo a Montefiore il ruolo di “capitale della valle del Conca”.
Con la metà del ’500 continuò l’influenza rilevante della cultura marchigiana e in ogni caso l’importazione di prodotti artistici dalle Marche. Il territorio della Valle del Conca si arricchì di opere di manieristi romani, veneziani e soprattutto marchigiani; e alla fine del secolo di pittori barocceschi.
Il Seicento costituì un periodo ricco di importazioni, di scambi, di fervore artistico.
Verso la fine del ’700 si cominciò ad avvertire il disagio dovuto alla confusione amministrativa, alla crisi finanziaria, alla mancanza di riforme economiche e politiche; la minore frequentazione della strada medievale per roma aggravò le conseguenze della grave carestia del 1776 e del terremoto del 1786.
In questi anni avvenne la beatificazione di Amato Ronconi e la costruzione della Chiesa Parrocchiale che venne a confermare il ruolo di preminenza nella Valle del Conca.
Nel 1796 Saludecio fu invasa dai Francesi e questo segnò una battuta d’arresto notevolissima.
Saludecio, dopo aver nominato il 24 giugno 1859 la Giunta Provvisoria di Governo, diventò negli anni seguenti, con la proclamazione del Regno d’Italia, Capoluogo di Mandamento, con giurisdizione su Gemmano, Mondaino, Montefiore, Montegridolfo e San Giovanni in Marignano.
Saludecio ha seguito poi le varie vicende politiche e sociali dell’intero territorio regionale e nazionale, subendo quella tendenza di spopolamento e di abbandono dell’entroterra che ha caratterizzato tutti i Comuni delle zone interne del circondario a partire dagli anni ’60, dimezzandone la popolazione.
Il Comune di Saludecio si estende oggi su una superficie di 34,4 kmq e comprende vari nuclei e centri abitati quali S. Ansovino, Santa Maria del Monte, S. Rocco, Meleto, Cerreto.
Numerosi sono i personaggi che diedero lustro a questa terra: gli umanisti Sebastiano Serico e Francesco Modesti, il pittore e scultore Sante Braschi, il latinista e letterato Giuseppe Albini, ma nessuno raggiunse la fama e la notorietà del beato Amato Ronconi vissuto in pieno medioevo nel ’200.

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Secondo Publio Francesco Modesti, poeta e letterato locale del ’500, ma anche secondo la tradizione umanistica, Saludecio avrebbe origini latine. Publio Decio Mus in guerra contro gli Umbri e i Sanniti, oppure Decio Bruto, avrebbe trovato rifugio su questo colle. Secondo un’altra ipotesi sarebbe stato fondo di proprietà della famiglia dei Deci ( “fundus” o “saltu Decii”).
Risalenti allo stesso periodo storico permangono alcune tracce materiali, che documentano l’esistenza di insediamenti romani risalenti al periodo tardo-imperiale. Il cognato di Modesti, tal Sebastiano Serico, afferma di aver visto molte immagini di Deci, fuse in diversi metalli, che sarebbero state ritrovate nell’aperta campagna del territorio saludecese.
Durante lavori agricoli nel 1877 furono trovati alcuni reperti archeologici, monete dell’Imperatore Massimiano Erculeo ed una piccola iscrizione funeraria; questi reperti riconducono non al colle di Saludecio ma alla bassa collina del territorio comunale.
Secondo invece un’ipotesi ottocentesca il nome Saludecio sarebbe un nome derivato da santo; ne sarebbe la prova che in tutti gli atti dal sec. XI al secc. XIV la comunità di Saludecio sarebbe stata indicata come “plebs Sancti Lauditii”, “Leoditii”, “castrum Sancti Laudicii”, mentre in volgare si parlava di pieve o castello di San Lodezzo, o San Ludezzo oppure Sanlodeccio.
Tuttavia San Laodicio, martire d’Eraclea, non è contemplato nell’elenco dei martiri romani e del culto di questo santo già dal ’500 non resta traccia nella tradizione del luogo.
Secondo un’ultima interpretazione il nome Saludecio potrebbe semplicemente derivare da “fundus Saluticius”, ovvero fondo salubre o redditizio.

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Amato Ronconi nacque a Saludecio, precisamente in località Monte Orciaro, molto probabilmente nel 1226, secondogenito di papà Felice, del casato dei Ronconi, e di mamma Santa, del casato dei Marchini (detta familiarmente Santuccia).
Figlio cadetto di un possidente, ebbe come tutti i cadetti una ben misera eredità, lavorò come agricoltore e come bracciante agricolo.
Il giovane Amato ebbe l’impulso a vivere il Vangelo nella genuina spiritualità francescana dal convento francescano di Formosino, un piccolo cenobio fondato da frate Francesco per i suoi frati, situato sul Monte Formosino, tra il Castello di Montegridolfo e il Castello di Mondaino.
Francesco d’Assisi fu da sempre l’ispiratore della vita penitente e caritatevole di Amato, e come Francesco, Amato scelse di essere itinerante.
La veste che indossava era comune a quella di tutti i pellegrini. Una tonaca raccolta ai fianchi da una cintura di cuoio e una mantelletta che copriva le spalle; ai piedi scarpe robuste o anche solo rozzi sandali a protezione della pianta dei piedi; una bisaccia a tracolla dove erano raccolti gli oggetti personali di estrema necessità e il pane ricevuto in elemosina. Al collo portava una conchiglia che solo i pellegrini di ritorno da Santiago avevano il privilegio di portare, a testimonianza dei loro viaggi. L’emblema del Santuario di Santiago suscitava grande rispetto per chi lo portava.
Il 10 gennio 1292 fratel Amato del terz’ordine di San Francesco, fece donazione di tutti i suoi beni per uso ed abitazione di monaci dell’ordine di S. Benedetto, compreso l’ospizio e la cappella che egli aveva costruito in onore della Natività di Maria Vergine. Lasciò anche scritto che il suo corpo sarebbe stato seppellito nella cappella dello stesso ospizio.
Amato Ronconi si spense, nel poverissimo letto della sua cella, il giorno 8 maggio 1292.

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