Personaggi curiosi di Saludecio – parte II

28 luglio 2009 · 0 commenti

sotto Storia e curiosità

Altri aneddoti riferiti a personaggi curiosi della terra di Saludecio:

Il rimedio estremo
Mimo d’la Lidova
era un tipo molto severo e quando nella sua osteria sentiva un pò di fracasso si alzava dal tavolo dando un’occhiataccia qua e là e subito tornava la calma. Bigi de Pain aveva anche lui un’osteria situata ad una ventina di metri dall’altra ma non aveva la stessa autorevolezza e anche urlando non riusciva a farsi intendere; allora alla fine disperato gridava: “San la smitid a vag a to iocc in prest da Mimo” (“Se non la smettete vado a prendere gli occhi in prestito da Mimo”).

Che brutto incontro…
Il Parroco di S. Leone, Don Augusto Cecchini, mentre stava salendo la Costa per andare ad un ufficio funebre a S. Ansovino incontrò una donna che scherzosamente gli disse: “Che brutto incontro questa mattina!”. Il prete la guardò e sorridendo le rispose: ” Mai così brutto come quello che ha fatto tuo marito quando ha incontrato te!”

Vieni giù…
Solitamente i ragazzi del luogo nelle funzioni festive e in quelle del periodo estivo prestavano servizio nella Chiesa parrocchiale come chierichetti, ma nelle altre occasioni, quando questi erano a scuola, Pepi li sostituiva. Una mattina mentre accompagnavano un defunto al Cimitero, egli portava come al solito il Crocifisso avanti il Parroco nel bel mezzo del corteo.
La Croce era formata da una lunga asta di legno sormontata dal Crocifisso di ottone che si sfilava facilmente. Mentre il corteo percorreva l’accorciatoia che porta ai piedi del camposanto, Pepi camminava tranquillamente quando si accorse che in mano gli era rimasta solamente l’asta e il Crocifisso era impigliato fra i rami di una secolare quercia.
Rimase talmente imbarazzato e sorpreso da non sapere come rimediare all’inconveniente. visto un mucchio di ghiaia al brodo della strada vi si diresse subito incominciando a tirar sassi a più non posso per farlo cadere gridando a gran voce: “Ven giù, ven giù, fiol d’un birichen” (“Vieni giù, vieni giù, figlio di un biricchino”).

La medicina miracolosa…
Pepi all’inizio degli anni ’70 in una delle prime Sagre della Porchetta si trovò imbottigliato nella piazza del Municipio dal grande afflusso di gente che era venuta alla festa; vedendo che era impossibile passare per arrivare nel corso principale perse la pazienza e diede uno schiaffo alla persona che lo precedeva; costui si girò e gli sferrò un pugno così forte in piena faccia da metterlo al tappeto. Il Parroco Don Enrico Mazzocchi insieme al direttore della Banca Evaristo Mussoni prontamente lo sollevarono portandolo in una stanza della Canonica; era ancora incosciente quando il Parroco disse a Mussoni: “Dategli un bicchiere di vino che ha preso paura”. Pepi dopo averlo bevuto tutto, ancora con gli occhi socchiusi, allungò la mano con il bicchiere dicendo: “Paura, paura!”

Non c’è più religione…
Gigin d’la Mamena
era un vecchio saludecese, di origini marchigiane, solito a dire: “Da znen cmandeva el mi bab, da grand cmanda mi moi, ie an cmand mai” (“Da piccolo comandava mio babbo, da grande comanda mia moglie, io non comando mai”). Noto a tutti per essere un incallito anticlericale, non frequentava mai la Chiesa e se ne vantava di questo, tanto che un giorno sentendo le campane suonare a morto disse: “Quand a murrò ie i Prit in piangràn.. ma gnenca cantràn” (“Quando morirò io i preti non piangeranno… ma non canteranno nemmeno…”).

I rivali del mattone
Entro le mura del paese di Saludecio vivevano alcuni decenni fa due muratori amici-rivali di nome Romolo e Veo; venivano chiamati a turno per le piccole riparazioni, per non far torto a nessuno. Un giorno Romolo lavorava nella casa di Marco Marcucci, nella via principale del paese, la paga non era alta ma un bicchiere di vino non mancava mai. Finito il picchiarello Marcucci prese la bottiglia offrendone un bicchiere a Romolo e dopo aver parlato del più e del meno disse: “”T’vo bei un ent bicir?” (“Vuoi bere un altro bicchiere?”). Romolo ci pensò un pò e poi deciso disse: “Scie, perchè su iera Veio chissà quant un’aviva biud!” (“Si perchè se ci fosse stato Veo chissà quanto ne avrebbe bevuto!”).

Titoli nobiliari
Il barbiere di Saludecio “Fronzoni Giovanni” viene da sempre chiamato amichevolmente “Duca“. Quando non ha clienti da servire nella barbieria, ama andare a far due chiacchiere con il farmacista davanti alla chiesa. Una volta mentre si trovava intento a conversare arrivò il parroco Don Antonio Bartolucci che vedendolo esclamò: “Abbiamo qui il nostro caro Conte”. Il farmacista prontamente lo corresse dicendo: “Duca, Don Antonio, Duca”. Una signora di nome Rosina che passando aveva sentito tutto si avvicinò al farmacista dicendo: “Ma quel un’è e barbier?” (“ma quello non è il barbiere?”).

Arguzia
Sbroli
andò una mattina in Comune a chiedere un sussidio per un figlio nato da poco. Il Podestà si lamentò dei troppi figli che aveva ma lui rispose: “Mi meraviglio di lei a dire queste cose, il Duce non la pensa così e poi sappia che la miseria a casa mia c’è sulla tavola ma non sotto le lenzuola!” Allora il Podestà si mise a ridere e gli diede il sussidio richiesto.

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