A pochi passi da Porta Marina sorge la Chiesa Parrocchiale di San Biagio (Piazza Beato Amato Ronconi tel 0541982100) che è stata definita una piccola cattedrale. Questa definizione è stata attribuita non solo per le sue dimensioni e la sua pregevole architettura settecentesca, ma anche per tutto il patrimonio di opere d’arte.
All’origine era probabilmente una costruzione duecentesca a navata unica, molto semplice, che nel corso dei secoli fu rimaneggiata e trasformata.
Nel 1330 vi fu accolto il corpo incorrotto del Beato Amato, spostato dalla cappella dell’ospizio da lui fondato.
Poi fu aggiunta una piccola navata. La cappella absidale della navata maggiore fu rifatta fra il 1597 e il 1615. Fra il 1626 e il 1627 fu rifatta la navata minore.
Con il terremoto del 1786 fu gravemente danneggiata. Questo offrì al parroco Don Domenico Antonio Franzoni il pretesto per avviare la demolizione e la ricostruzione che era stata comunque prevista già dal 1774 per dare maggior lustro al paese. Su progetto dell’architetto cesenate Giuseppe Achilli, i lavori iniziarono nel 1794 e si conclusero con la consacrazione nel 1803 ad opera del vescovo di Rimini mons. Vincenzo Ferretti; i lavori non si interruppero neanche con l’invasione delle truppe napoleoniche.
Per gli altari minori furono adattati i dipinti già esistenti nella vecchia chiesa o già appartenenti alle confraternite soppresse. Per l’acquisto di alcuni arredi (un altare marmoreo da Cesena, il coro ligneo da Rimini, due confessionali e l’organo da Pesaro) il parroco fece ricorso ai commerci dell’Agenzia dei Beni Nazionali, che vendeva gli arredi delle chiese soppresse.
Oltre che per l’aspetto architettonico la parrocchiale si segnala anche per gli artisti che vi hanno lavorato: il plasticatore riminese Antonio Trentanove, esecutore di tutti i lavori in stucco della chiesa (cornici, capitelli, coretti, statue nella Cappella del beato Amato, pannarone nella cripta) tra il 1798 e il 1800 e il pittore Atanasio Favini da Coriano, che realizzò la pala dell’altare maggiore nel 1800.
Nel 1929, in previsione delle feste per il settimo centenario della nascita del Beato Amato, la chiesa ha subito ampi restauri, con la sostituzione dell’originario pavimento in cotto con l’attuale in marmo di Carrara, con l’aggiunta di uno zoccolo in marmo e di decorazioni pittoriche (distrutte dalla guerra), con l’ampliamento della cappella del Beato.
Altri restauri furono necessari fra il 1946-1950 per rimediare ai gravi danni subiti a seguito dei bombardamenti aerei e terrestri durante la seconda guerra mondiale. Ulteriori lavori di consolidamento e di restauro sono stati eseguiti nel 1990.
Nella Chiesa Parrocchiale di Saludecio si conservano dipinti dei ravennati Bernardino e Vitale Guerrini; tele del “Centino”, Guido Cagnacci (“S. Sisto Papa in estatsi” olio su tela del 1628 e “La processione del Santissimo Sacramento” olio su tela del 1628) e del saludecese Sante Braschi.
Dalla fino di giugno 2009 la Chiesa di San Biagio è tornata ad ospitare un crocifisso ligneo restaurato dall’Università degli Studi di Parma.
Su una lapide in pietra infissa nel muro della Chiesa Parrocchiale, sono incisi alcuni distici di Publio Francesco Modesti, arciprete, poeta e letterato locale del ’500, che ripropongono ancora oggi l’interrogativo sulla origine del luogo.
Secondo una traduzione di Giuseppe Albini la lapide riporta quanto segue:
O forestiere, se per caso ti meravigliassi del nome del luogo, acciò tu lasci la meraviglia, abbiti questi versi. Sia che Decio o il padre o il figlio, votatisi entrambi per la patria allo stigio Dite, sia che un altro decio, compiuta con fortuna un’impresa, di qui illeso partisse, la cosa mal certa ci sfugge. Perirono in una incursione barbarica gli annali nostri, onde usciva semplice testimonianza e da non dubitarne. Ma all’istoria soccorre vecchia tradizione, e la parola stessa che suona derivata dalla salute di un duce Decio. Poichè avere un decio trovata qui salute del nemico, attesta la parola composta Saludecio.
La lapide, collocata nel 1547, presenta agli angoli, quattro stemmi: in alto a sinistra lo stemma papale di Paolo III con l’”arma” di famiglia; sul lato opposto il tipico stemma dello Stato Pontificio; in basso a sinistra lo stemma di Saludecio (tre monti all’italiana e una stella a sette raggi librata in alto); sul quarto angolo l’emblema dell’albero che potrebbe richiamare il venerato “Olmo del Beato Amato” oppure la Casata dei Della Rovere di Urbino, sotto la cui giurisdizione venne a trovarsi la comunità di Saludecio dal 1517 al 1524.
La Chiesa di San Biagio è anche il Santuario del Beato Amato Ronconi. E’ stata giuridicamente insignita del titolo di “santuario” dal Vescovo di Rimini mons. Vincenzo Scozzoli il 30 maggio 1930. Il corpo del francescano del XIII secolo è miracolosamente conservato in un’urna di vetro, all’interno della Cappella principale. Dal 3 maggio 1930 il suo corpo ancora meravigliosamente conservato e rivestito a nuovo in occasione della solenne “ricognizione”, riposa nella sua urna di vetro, pregevole lavoro di artisti faentini. La prima urna di ferro, povera e severa, vi resta accanto, testimone di tutte le preghiere, le lacrime e i prodigi dei secoli passati.
Le due lampade d’argento che rimangono sempre accese davanti alla bell’urna di vetro furono fuse con tutti i piccoli ex voto d’argento: ognuno di questi parlava di una grazia particolare. Le sale, attigue alla cappella, sono tappezzate di tavolette o tele dipinte. Rappresentano persone che pregano davanti al Beato con la scritta “per grazia ricevuta”. Alle pareti appesi si trovano armi, cinti erniari, stampelle che parlano di persone guarite da lesioni o da gravi infermità.
Dalla navata destra della chiesa, attraverso la sagrestia, o dalla porta in fondo alla Cappella del Beato Amato, si può accedere al Museo del Beato Amato, che ha anche un ingresso autonomo dalla strada, subito fuori dalla porta del paese.




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